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Giro de Italia: Quando l’ultimo è stato il primo

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Per tutto il Giro d’Italia 2021 condurremo rubriche da La Corte de Ted.

Questo articolo è scritto, tradotto e pubblicato da tre italiani – Atilio Viviani, Matteo Mosetti e Ricardo Minali – che sono destinati a concorrere per questo particolare premio quando la tappa finale dell’Albo de Motta raggiunge il tramonto e nell’ultima giornata raggiunge il Giro d’Italia Milano. Non una maglia rosa, ma una nera, “regalata” per l’ultima corsa della gara – equivalente luce rossa Al Tour de France.

Il Camicia nera È “virtuale”, e, a mio modesto parere, virtuoso. Per dirla senza mezzi termini, The Camicia nera Sono passati alcuni anni, ma non per un po’. Ora abbiamo rosa, rosa, bianco e blu, ma non il nero. Ma tutti lo sanno Camicia nera L’ultima corsa dell’assortimento complessivo è almeno indossata con spirito. Il Camicia nera Niente di cui vergognarsi, sette minuti a Moshetti e sette minuti e mezzo a Viviani con un “beneficio” Minali – sarà felice di prenderlo. Meglio arrivare ultimo che secondo o terzo, perché l’ultimo uomo è nei libri di storia.

Gli ultimi uomini in gara danno il loro status per primi. Eddie Merks è stato anche l’ultimo a volte. Ai Campionati del Mondo 1977 a San Cristobal, Venezuela nelle Ande; Primo nelle corse professionistiche su strada, 255km sotto la pioggia, Francesco Moser, 33° e 89° Eddie Merkex. Ma come tutti sanno, Merks non è una giornata così grande, ma la più grande di tutti i tempi. Il 4 settembre 1977, Merck aggiunse il “cannibalismo” al suo appetito, aggiunse valore al suo appetito e infine gli diede un ulteriore grado di grandezza. Davanti a Merckx c’era l’amatissimo “papavero” francese Raymond Pallidor, l’eterno secondo in cui si trovava al suo solito posto, ma partendo da dietro.

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Girare un lenzuolo, o stare ancora più a testa in giù, a testa in giù, guardandolo avanti e indietro, ha una certa purezza.

Per tutti, pilota, fan o giornalista. Questo è un ottimo modo per mescolare le carte, consentire altre prospettive e rivalutare i precedenti e le priorità. In italiano, e in italiano, a Camicia nera è Malabroca. Luigi Malabroca, piemontese di Tortona, ha poi sventolato bandiera nella provincia meridionale svizzera del Ticino ed è diventato un campione italiano di ciclocross in piscicoltura.

Quando si è reso conto che non poteva eguagliare se stesso con i migliori campioni Bardali e Kopi, ha organizzato una nuova gara. Fugge dietro Peloton, entra nei bar e non ne esce più, si nasconde nelle valli, nei fienili e nelle cantine. Una volta ne nascose uno secco in un pozzo, ma un contadino sollevò il cartellino: “Cosa fai?” “Sto cavalcando Zero.” Poi è risalito in sella e ha attraversato Passo Roll, Portoi, Kampolongo e Cardana – una mega tappa attraverso le dolomiti – che è finalmente arrivato al traguardo. All’ultimo. Era nero in maglie nere. Questo è quello che ha fatto.

Lo ha fatto perché arrivando ultimo in classifica guadagnerebbe più dei suoi coetanei, tranne Bardali e Koppi. Il atleti – È così che chiamavano i fan, no fan – Tutti affogheranno nelle loro tasche per storpiare qualcosa per lui. Qualcuno cambierà un cappello e lo trasformerà in una borsa per l’elemosina, le mance, la paghetta. Con questo un po’ Malabroca diventerà denaro. L’ultimo è stato nel Giro del 1946, ancora nella corsa del 1947, non nel 1948 e si è imbattuto in una corsa nel 1949, è stato abbastanza spietato da finire dietro – costruito dai commercianti del vicentino di Santa Carlo. Impensabile: Carlo primo (se si leggono i livelli da dietro), secondo – orribile, vergognoso, diffamatorio! – Malabroca.

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Spesso l’ultimo uomo è molto onesto. E spesso, in un paradosso puro e paradossale, l’ultimo uomo è anche il primo: soffrire e scivolare indietro, prima sedersi e salutare il gruppo, prima cadere una crisi in una macchina della squadra o fratello, prima di disfare le valigie la sua borsa, prima di legare le sue borse e andare a casa.

Non mi vergogno: starò sempre dalla parte di chi arriva ultimo.

La battaglia tra il “preferito” Minali e i suoi rivali Mosetti e Viviani mi tira su il morale perché l’ultimo uomo è il più debole, il più fragile, il più vulnerabile. È molto animale, vegetale, minerale. Molto generoso, solido e umano. Andando avanti e avanti, è molto testardo quando si tratta di spingere. È molto reale, molto affidabile, reale. Ha rinunciato a combattere contro gli altri e sta combattendo con se stesso. Da quel momento in poi si trattava di autocoscienza, autoconoscenza e automotivazione. È una questione di fede.

Marco Pastonesi La Cassetta ha trascorso 24 anni come ciclista al Dello Sport ed è autore di numerosi libri sullo sport.